Seitan croccante con Insalata Russa Vegan

Ingredienti (per 4 persone):

– 250g di seitan arrosto

– 150g di carote

– 200g di patate

– 150g di piselli

– 50g farina di fave

– acqua

– pane grattato

salsa di soia tamari

– mayo di soia

– olio extravergine di oliva

– erba cipollina, peperoncino, alloro, salvia

Preparazione:

Tagliare carote e patate a cubetti e scottarle in acqua bollente per 5 minuti, poi scolarle e lasciarle raffreddare in acqua e ghiaccio. Stemperare la farina di fave in acqua fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo e aggiungere un cucchiaio di Tamari per dare più sapore. Immergere il seitan tagliato a fette nella pastella di fave e poi passarlo nel pan grattato. In una padella aggiungere un filo di olio extravergine, l’aglio schiacciato e qualche foglia di salvia e alloro. Rosolare il seitan fino ad ottenere una crosticina croccante. Preparare l’insalata russa amalgamando verdure e mayo di soia.

Impiattamento:

Riempire 4 bicchierini con l’insalata russa vegan, aggiungere due spicchi di seitan croccante in ogni bicchierino, guarnire con erba cipollina tagliuzzata finemente e peperoncino fresco a pezzetti.

tamari-salsa-di-soia

 

Curiosità: Tamari

È uno dei condimenti più popolari della cucina orientale, dato dalla fermentazione della soia. Per le sue svariate proprietà è da sempre utilizzato nella macrobiotica: aiuta la digestione e la flora batterica intestinale, apporta vitamine, sali minerali e numerose proteine vegetali, e possiede un elevato potere antiossidante. Si usa come condimento al posto del sale per insaporire minestre, cereali, legumi, verdure crude o cotte.

 

Frittata Vegan con farina di ceci e zucchine

Ingredienti (per 2 persone):

 

sale
acqua
1 zucchina piccola a fette

 

Preparazione:

 

Ponete in una ciotola la farina di ceci e un pizzico di sale, quindi aggiungete acqua un po’ alla volta mescolando con una frusta per permettere all’impasto di incorporare aria. 
Quando l’impasto risulta liquido e omogeneo, aggiungete le zucchine che avete precedentemente tagliato a fettine sottili e mescolate nuovamente. 
Prendete una padella antiaderente e fate scaldare un cucchiaio di olio extravergine di oliva a fuoco alto. 
Quando l’olio e’ ben caldo versate l’impasto e mettete il coperchio, lasciando il fuoco alto. 
Dopo circa 3 minuti girate la frittata servendovi di un coperchio, oppure taglietela in quattro spicchi e giratela uno spicchio alla volta. 
Rimettete il coperchio e finite la cottura fino a che non risulta bella dorata da entrambi i lati.
Buon appetito!

Il botanico e il bambino. Ovvero della serendipità australe

Si racconta che il ragazzo ne assaggiò una e Walter Hill sbiancò. Era il 1858 e il botanico britannico si trovava di fronte alla bellezza verde di un albero strano, dalla forma a cespuglio, con grappoli di sfere perfette penzolanti. Chiese al giovane aiutante di prendere uno di quei frutti e di aprirlo, ma la cosa si rivelò più difficile di quanto poteva sembrare, il guscio era duro, dannatamente duro. Intorno a loro il Queensland, un’Australia possente e selvaggia. Stavano catalogando esemplari di piante sconosciute e quella pianta colpì il botanico Walter Hill per i suoi frutti rotondi, perfetti. Provò con tutta la sua forza e alla fine il ragazzo ci riuscì, schiacciò la noce con una pietra appuntita sopra un’altra pietra. L’interno era bianco, candido, profumava di buono. Dopo quella fatica pensò di meritarsi un premio, prese la noce con due dita e l’addentò, un piccolo morso prima, poi il resto. Non si sa per quale motivo, ma era convinzione comune e condivisa tra i coloni britannici che quel frutto fosse velenoso, per questo Walter Hill sbiancò e pensò di vedere di lì a poco il giovane aiutante perdere i sensi e magari lasciarci le penne. Non andò così, il ragazzo fece sì una faccia sorpresa, ma per dire che non aveva mai assaggiato una cosa così buona e si mise a schiacciare un’altra noce e un’altra ancora e alla terza il perplesso botanico Walter Hill si convinse ad assaggiarla. Si racconta che passarono il resto della giornata a sgusciare e mangiare quelle noci che non avevano nome. Il botanico Walter Hill, a pancia piena, decise di chiamarle Macadamia, in onore del suo amico scienziato John McAdam. Sulla via del ritorno si portò dietro una noce e piantò il seme di macadamia nel giardino botanico di Brisbane, del quale era direttore. Sono passati più di 150 anni, del botanico Walter Hill è rimasta una foto negli annali, del giovane neanche quella, ma ancora oggi quell’albero è lì, come questa storia, a raccontarci la scoperta delle noci Macadamia, chiamate così in onore dell’amico John McAdam che non ebbe mai la fortuna di assaggiare le noci che portano il suo nome, vittima di un incidente in nave di ritorno dalla Nuova Zelanda. Prima di chiamarsi Macadamia queste noci erano conosciute dagli aborigeni come Kindal Kindal. I nativi australiani ne facevano un largo uso in inverno, per la ricchezza di grassi e per il potere calorico. L’olio estratto dalle noci era utilizzato anche a protezione della pelle e, unito a ocra e argilla, si usava per decorare il corpo con i simboli delle tribù. Millenni prima che il botanico Walter Hill ne schiacciasse una.

Inno alla Pasta Madre

«Fare il pane è un gesto che riconcilia con il passato, con la storia, con le generazioni precedenti, con la vita dei nostri nonni e bisnonni. È ricordare, ritrovarsi. Nello stesso tempo è un gesto di speranza, di gioia, di rinnovamento, di slancio verso il futuro.È saper fare, saperaspettare e vegliare, per preparare qualcosa per sé, per la propria famiglia, per gli altri: un cibo così semplice e così ricco, buono, salutare.Impastare il pane è un rito, fatto di gesti, movimenti seri e calibrati, una manualità lenta e nello stesso tempo ritmica, quasi una danza vibrante e ondulatoria che unisce ingredienti semplici come la farina, l’acqua e il lievito madre in un unico impasto complesso, perfetto e simmetrico, assolutamente in equilibrio. Fare il pane con la pasta madre è un modo per riavvicinarsi alla Terra, al territorio, ai contadini, alle nostre tradizioni. È valorizzare la biodiversità locale, preservare il futuro dell’ambiente e dei nostri figli. Fare il pane è esercpastamadre_libro_lievitomadreizio fisico e spirituale, soprattutto spirituale. Capirne i tempi, i limiti, imparare ad ascoltare l’impasto mentre lievita, il pane mentre cuoce. Fare il pane con la pasta madre è anche imparare a godere della bellezza del dono. Regalare il proprio lievito in eccesso agli altri, anche agli sconosciuti, e ricevere in cambio, in modo totalmente inaspettato, un fiore, un’insalata dell’orto, una marmellata fatta in casa. E un sorriso».

Il libro di Riccardo Astolfi è più di un manuale sulla pasta madre, su come farla e su come utilizzarla, è un inno alla natura, è la poesia di un amante alla sua musa. C’è la tecnica, ci sono le ricette, i consigli e le dritte di uno dei più grandi difensori della causa «natural lievitante», ma c’è anche altro: ogni parola sembra messa lì perché è lì che deve stare, secondo una fede incrollabile e un amore smisurato che rompe gli argini e non può non avvolgerti, trasportandoti in un mondo morbido dove si sente il profumo buono di cose vere. Ricette originali, spiegate bene, e immagini che restituiscono una suggestione che coinvolge tutti e cinque i sensi. Indispensabile per chi vuole approfondire l’argomento e per chi non può fare a meno di panificare, ispirante per chi vuole avvicinarsi al magico mondo della pasta madre.

Autore: Riccardo Astolfi

Titolo: Pasta Madre

Fotografie di Chiara Frascari© e Benedetta Marchi©

Casa Editrice: Guido Tommasi Editore

Riccardo Astolfi ha ideato e cura il sito www.pastamadre.net, uno strumento indispensabile per capire e raccontare il mondo del pane, delle farine e dei cereali. Ha fondato la Comunità del Cibo Pasta Madre, la rete di «spacciatori» (così si fanno chiamare) di lievito naturale.