La perla nera dell’Appennino, alla scoperta del mirtillo selvatico

Siamo sul crinale appenninico, sopra i 1500 metri. L’Abetone, provincia di Pistoia, confine tra Toscana ed Emilia Romagna. Tutto intorno, una distesa di foglie verdi, piccoli arbusti carichi di perle nere, i mirtilli selvatici dell’Appennino.

Con noi abbiamo Cosetta, di lavoro raccoglie e trasforma le piccole bacche in questo angolo di paradiso, una terra straordinaria nella sua linearità, acqua fresca in abbondanza, aria pulita, la neve d’inverno e i mirtilli d’estate.

Allora Cosetta, innanzitutto il luogo. Non possiamo non parlare della bellezza dell’Appennino, l’habitat in cui lavorate, il suo significato.

Noi siamo nati qui, tra faggeti e abetaie bellissime, colori stupendi, una tranquillità impagabile. Un po’ fuori dal mondo, è vero, ma anche questa è una cosa bella. E abbiamo scelto di fare un lavoro che ci desse la possibilità di continuare a vivere qui, dove non c’è tanto altro lavoro e in tanti se ne vanno.

Un utilizzo intelligente della ricchezza del luogo, e l’amore e il rispetto per la natura, vi ha portato a immaginare un modo per poter continuare a godere dei vostri spazi?

Sì, a condividere e a prendere in armonia con la natura, quello che la natura stessa poteva offrirci.

Quindi è possibile anche vivere e lavorare a 1400 metri?

È possibilissimo.

E tutto ruota intorno a lui, al mirtillo, al suo essere selvaggio, qualcosa che la natura deicide di darti in modo spontaneo.

La vegetazione boschiva arriva fino a 1300-1400 metri, dopo di che il monte è calvo, finiscono gli alberi, e dalla fine del bosco fino al crinale appenninico che arriva a 2000 metri è tutto mirtillo. È qualcosa di spettacolare. In questa stagione è una distesa di colore verde che comincia ad arrossire, per arrivare a diventare di un rosso fuoco a settembre. Sono le foglie degli arbusti di mirtillo. Lo raccogliamo tutto a mano, è il nostro frutto prediletto, il nostro punto di forza, di cui ci vantiamo. Usiamo solo ed esclusivamente i mirtilli neri selvatici – il Vaccinium Myrtillus L. – li abbiamo fatti analizzare in collaborazione con l’Università di Firenze e il risultato è che non c’è paragone tra il nostro e il mirtillo comune, quello canadese coltivato. Su questa cosa ci puntiamo.

Raccolta manuale, quindi, in armonia con la natura. È un’esigenza richiesta dal territorio o un vostra esigenza di spirito?

È difficile scindere le due cose. È così da sempre, è l’unico modo che concepiamo e l’unico possibile: il mirtillo cresce in un luogo raggiungibile solo a piedi. È un piccolo arbusto alto 40 cm, per la raccolta usiamo dei veri e propri pettini che pettinano le piante, un metodo non invasivo e naturale. Pettini controllati dall’Ente Parco, in conformità con la regolamentazione della raccolta del mirtillo, controllati e omologati per la raccolta, hanno dei dentini larghi, una distanza precisa per non sciupare la pianta.

La raccolta del mirtillo è un qualcosa che fa parte della tradizione del luogo?

Direi proprio di sì. È almeno da metà Ottocento che in questa parte di Appennino raccogliamo il mirtillo. È una zona, la nostra, ricchissima di mirtillo, la più ricca del Centro Europa.

Una zona ricchissima dal punto di vista della biodiversità, giusto?

Ci sono tanti altri piccoli frutti che si riescono anche a coltivare. A differenza del nostro mirtillo nero, che non è coltivabile e cresce solo in maniera spontanea.

Il momento della raccolta?

Da fine luglio in poi. Ovviamente con il pettine, l’unico attrezzo possibile da utilizzare. Considera che ci arrampichiamo con queste gerle, le riempiamo, le portiamo giù, torniamo a inerpicarci, carichiamo e torniamo a svuotare, chi 100 chili chi 50, a seconda delle possibilità. Tutto a piedi, come in altri tempi.

Avete mai preso in considerazione la trazione animale, ovvero i ciuchi?

Non li abbiamo mai usati e mai visti usare. Facciamo tutto solo da soli, gambe e braccia. 

E cuore.