Cronaca di un’alimentazione equilibrata

Se riusciamo, apriamo la giornata con un bel bicchiere di acqua tiepida, che aiuta a disintossicare e pulire l’organismo. Per colazione iniziamo con un delizioso porridge: mettiamo in un pentolino 3 cucchiai colmi di fiocchi di avena piccoli e un bicchiere di bevanda di avena. Lasciamo raggiungere il bollore e, dopo pochi minuti, togliamo dal fuoco. Aggiungiamo un cucchiaio di semi di lino macinati, 1 cucchiaio di semi oleosi (girasole, zucca, sesamo, noci, mandorle), 1 banana tagliata a pezzi (o altro frutto a piacere) e dolcifichiamo con malto di riso. Ha un basso indice glicemico per mantenere a lungo i livelli di energia, vitamine, fibre, potassio, antiossidanti, proteine. Una ricca colazione ci permette di affrontare con energia la giornata e di non avere troppa fame ai pasti successivi. Utilizziamo ingredienti bio, un gesto d’amore per la nostra salute e per l’ambiente. Per lo spuntino a metà mattina possiamo prendere una manciata di frutta secca tipo mandorle, noci, nocciole o uvetta. Un pranzo energetico, ma molto digeribile e leggero è costituito da un bel risotto al radicchio rosso. Una volta lessato il riso, si cuoce il radicchio affettato fine in padella con poco olio e una piccola cipolla tritata. Si mescola il riso insieme al radicchio, si fa insaporire e si può mantecare con un cucchiaio di tahin chiaro (crema di semi di sesamo). Per lo spuntino di metà pomeriggio, possiamo spezzare la fame con un fresco e gioioso estratto fresco a piacere, senza dimenticare lo zenzero, che aiuta tutto il tratto gastrointestinale e anche il sistema immunitario. Concludiamo la giornata con una cena che appaga il palato con la dolcezza della zucca e la bontà dei ceci: zuppa di zucca e ceci. Cuociamo la zucca con una cipolla e lessiamo i ceci. Frulliamo tutto, lasciando da parte un po’ di ceci interi, e mettiamo in un tegame con un rametto di rosmarino e un cucchiaino di curcuma. Lasciamo insaporire a fuoco basso. Alla fine aggiungiamo i ceci interi e, a piacere, dei piccoli crostini di pane integrale. Durante la giornata, ricordiamoci di bere acqua naturale e, se vogliamo, tisane calde a base di tarassaco, menta, curcuma, ortica.

Olio di palma, c’è chi dice no

Metti un’area vasta quanto tutta la Toscana ridotta in fumo e cenere nell’arco di un paio di mesi. Siamo in Indonesia, estate 2015, due milioni di ettari di foresta distrutta per far spazio alla monocoltura della palma, un business planetario di proporzioni smisurate e dai contorni difficilmente circoscrivibili: industria alimentare, cosmetica, farmaceutica, fino al business zootecnico, agroenergetico e oltre, sfumando verso confini liquidi come la politica. Con la palma ci si fa di tutto, è versatile, resistente, a lunga durata e ad alta resa. L’industria non chiede di meglio. E il 90% di tutta la produzione viene da lì, dal Sudest asiatico, pochi controlli, manovalanza a basso costo e silenzi, interrotti solo dalla risonanza dei disastri. Ecco allora Greenpeace, WWF, l’eco di un’opinione pubblica risvegliata dal sensazionalismo e dal tam tam mediatico autogenerante che ha portato l’attenzione lì dove il vero governo mondiale, il capitale transnazionale dei numeri indecifrabili, non avrebbe mai voluto. Il botto è stato forte, il riverbero ha tolto il velo a una realtà ora nuda, e ha portato a fare i conti con l’insostenibilità di un sistema vissuto troppo a lungo all’ombra di se stesso e delle proprie palme. Nessuno si può più nascondere. Le grandi industrie, per reggere l’urto di una caduta d’immagine che nella società dello spettacolo conta come nient’altro, ha scelto la via della regolamentazione, un ombrello di sostenibilità per continuare a utilizzare quell’insostituibile (?) grasso vegetale. La Rspo Roundtable on sustainable palm oil (Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile) è nata così, una certificazione che attualmente copre circa un quinto della produzione, ma sulla quale sono state già lanciate ombre di lassismo. L’accusa? Non essere sufficientemente rigida, giocare a favore delle corporations. E intanto gli incendi e la deforestazione continuano.

Più rigida e restrittiva del Rspo resta la certificazione biologica e progetti interessanti come il Poig Palm oil innovation group, portato avanti da Organizzazioni non governative, ma al quale manca ancora una copertura integrale di tutta la filiera, dalla pianta al prodotto finale. Coltivazioni biologiche e sostenibili della palma esistono, sono poche ma esistono, non è la coltivazione in sé ad essere maligna, è la sua degenerazione, il suo diventare strumento al servizio del business globalizzato.

Ma l’affaire olio di palma non finisce qui, non si limita alla sua coltivazione e alle ripercussioni sul pianeta e sul suo già precario equilibrio ambientale. Mettiamo, per assurdo, che per produrre l’imprescindibile (?) grasso vegetale non venga abbattuto nemmeno un albero della foresta malese o indonesiana. Questo lo riporterebbe nel novero dei prodotti “buoni”? Per rispondere, bisogna capire di quale prodotto stiamo parlando. L’olio extra vergine di palma spremuto a freddo è un grasso vegetale di prima qualità, dal colore rosso acceso, ricco di carotenoidi. Ma quello che ritroviamo nelle ricette di prodotti industriali il più delle volte è un prodotto di scarto della raffinazione dell’olio di palma, incolore, inodore, privato di tutte le sue proprietà e con una spropositata quantità di grassi saturi, sul quale si è recentemente espresso anche l’Istituto Superiore di Sanità, consigliando una particolare attenzione nell’assunzione per i bambini da 3 a 10 anni, ovvero la fascia di età che consuma più merendine. Due prodotti differenti, due risposte differenti. Esiste un’alternativa? Esiste. Dire stop all’olio di palma. Punto. Alcuni, pochi in realtà, hanno scelto questa strada, massimalista, senza compromessi, per certi versi estrema. Una scelta di campo, un gesto forte che trascende il merito della disputa e si fa simbolo di una battaglia più ampia, più alta, etica, contro un insostenibile sistema di coltivazioni intensive e di monocolture tiranne. Perché in questo giallo, l’olio di palma non è l’assassino, è l’arma. E sostituire l’arma con un’altra arma non fermerebbe l’assassino.