La spirale di Erbe aromatiche

La primavera è il momento giusto per uscire di casa e passare più tempo all’aria aperta. Cimentiamoci, allora, in questo bellissimo progetto e creiamo la nostra spirale di erbe aromatiche, ispirata ai principi della permacultura: ci permetterà di avere a portata di mano un piccolo ecosistema dove cresceranno più varietà di piante con diverse esigenze. Una spirale costruita in modo armonico avrà un diametro di almeno 2 metri, con il punto più alto di circa 80-100 cm. Per la costruzione possiamo usare pietre, mattoni, tufo: sulla cima e sul lato esposto al sole della spirale il caldo sarà più intenso, mentre il lato al riparo dal sole sarà più fresco e ombreggiato. Per facilitare il disegno della spirale, piantare un palo nel centro dell’area preposta e con l’aiuto di una fune tracciare un cerchio e marcarlo con le pietre. Si passa quindi alla disposizione delle pietre o dei mattoni partendo dal basso e salendo fino all’altezza desiderata, riempiendo con terra, ghiaia, calcinacci per permettere all’acqua di filtrare agevolmente. Lo spazio per le piante tra le spirali dovrebbe essere tra i 30 e i 50 cm. Nel punto più alto della spirale è consigliabile utilizzare due terzi di terra e un terzo di sabbia, nella parte centrale solo terra e in basso terra e un compost molto nutriente.

Come disporre le nostre piantine?

Nella parte più alta e esposta al sole: timo, salvia, rosmarino. Al centro, un po’ più all’ombra: melissa, origano, malva, calendula, dragoncello, borragine In basso: erba cipollina, prezzemolo, aglio, aneto.

Se poi volete migliorare ulteriormente il microclima, create un piccolo stagno ai piedi della spirale, scavando una piccola buca che poi verrà foderata con un apposito telo fermato ai bordi con delle pietre e riempita di acqua.

L’agricoltura sinergica e la filosofia del «non fare»

L’equilibrio e i rapporti fra le varie specie stabiliscono la massima produttività in salubrità di una superficie agricola, limitando al minimo l’intervento umano. I tempi cambiano e a volte bisogna fare anche un passo indietro, ovvero togliere, ridurre, decostruire impalcature complesse che stanno appesantendo, facendolo crollare, quanto andiamo costruendo. Quello con l’agricoltura sinergica è una specie di appuntamento col destino, rappresenta – dopo aver sperimentato ogni sorta di alchimia votata all’iperproduttività – un rallentamento di fatto. Meno petrolio, meno chimica e più consapevolezza di se stessi come parte integrante della natura. Non a caso definita l’agricoltura del «non fare» da uno dei suoi ri-scopritori principali, ovvero il giapponese Masanobo Fukuoka, che dimostrò l’inutilità delle lavorazioni del suolo, dell’uso della chimica e dell’accanimento produttivo. Filosofia arrivata in Europa grazie alla spagnola Emilia Hazelip, i principi fondamentali dell’agricoltura sinergica sono: Non lavorare la terra – né aratura né zappatura, si semina sul sodo –; non compattare il suolo, in modo da lasciare che i microrganismi aerobici svolgano le loro funzioni preziose; non concimare ma coprire – «pacciamare» – il terreno con paglia e altri materiali biodegradabili. Sì perché la cosa curiosa della ri-scoperta di quanto avevamo perduto è davvero alla portata di tutti. Non serve essere uno scienziato, un chimico o un fisico per interagire con la natura e con l’agricoltura.  Basta imparare a sentirsi «organismi fra gli organismi». Non qualcuno di superiore che trasforma, tratta, modifica la terra e i suoi prodotti in base alle logiche del mercato, ma qualcuno che impara ad esserne parte, comprendendo le sinergie, le interazioni fra le varie specie, la nostra compresa.

Fate il vostro orto

Les jeux sont faits fate il vostro orto, anche in terrazza, ma fatelo. Provate a vedere cosa significa coltivarsi anche una piccolissima parte del vostro cibo. Scaturirà in voi una vera rivoluzione di pensiero. Coltivatevi anche solamente poche piante, qualche ortaggio, eviterete di acquistare troppi inutili e dannosi imballaggi, costosi e complicati da smaltire, ma eviterete anche tante sostanze chimiche che spesso girano il mondo con navi, petroliere e TIR per finire nel vostro piatto trasportate da un ortaggio. Farlo è meglio che comprarlo, o almeno, farlo per comprare meno. Basta un vaso in terracotta, terriccio di bosco (quando possibile), paglia per proteggerlo dall’irraggiamento diretto del sole, sorella acqua e semi.

I giorni migliori per la semina sono i quattro o cinque che precedono e che seguono la luna piena, tradizione contadina docet. I semi sono fondamentali ed è bene per la nostra salute che siano semi possibilmente autoctoni, in altre parole della specie che storicamente si coltiva nella vostra zona.

Potrebbe bastare ma non basta. È fondamentale che i semi siano sicuri, ovvero provenienti da piante di agricoltura biodinamica, sinergica o biologica, male che vada dall’orto del vecchio e saggio nonno. Infatti, ogni seme contiene le informazioni preziose acquisite dalle generazioni precedenti che una mano sapiente, e non una macchina efficiente, ha fatto arrivare fino a noi. I semi di piante che sono cresciute in terreni sani senza essere «dopate» dai trattamenti, producono piante più vigorose e forti e ortaggi più gustosi e sani, che trasferiranno l’informazione alle generazioni successive. Avere cura e consapevolezza della natura è un modo per avere cura di noi stessi.

Là dove c’era la città,
ora c’è un orto

Negli ultimi anni le aree urbane destinate alla coltivazione agricola hanno registrato una crescita incredibile. Dalle Rooftop farm di Manhattan, all’Underground growing di Londra, dagli orti verticali delle metropoli cinesi, fino ai 70.000 mq di orto di Genova, tutto sembra confermare che forse nella città del futuro non voleremo, ma di sicuro torneremo a lavorare la terra. Cos’è un orto urbano? E perché diventa modello di una città sostenibile, resiliente e solidale?

L’amministrazione locale mette a disposizione del cittadino aree pubbliche inutilizzate per coltivare frutta e verdura, così nasce un orto urbano e sotto questa etichetta migliaia di esperienze diverse. Si instaura un circolo virtuoso, si mette in moto una macchina antica, un collegamento ancestrale che ci lega alla terra, con ricadute ambientali e sociali che investono e rivoluzionano il modo collettivo di vivere e pensare.

Coltivare in città risponde all’esigenza di una maggiore sostenibilità ambientale, i benefici che ne derivano sono molteplici e sfaccettati:

• Attraverso la fotosintesi, le piante trasformano CO2 in ossigeno: sviluppare aree verdi porta a un ciclo del carbonio stabilizzato, una riduzione di CO2, e una conseguente riduzione dell’effetto serra.

• I metodi di coltivazioni praticati negli orti urbani si ispirano in gran parte ai dettami dell’agricoltura biologica, biodinamica o sinergica, che tra i tanti vantaggi hanno anche quello di non inquinare acque e terreno.

• Gli orti urbani rendono vive zone trascurate, come ex aree industriali e spazi abbandonati, e le sottraggono alla cementificazione.

• I terreni messi a coltura riducono i rischi di dissesto idrogeologico.

• Produrre a km 0 vuol dire diminuire il trasporto, abbattendo gli sprechi e l’inquinamento ad esso collegati.

• Tornare a coltivare significa tornare consapevoli dei tempi della natura e dare un valore a ciò che mangiamo, un modo per istruirci a evitare gli sprechi.

Gli orti urbani sono anche luogo d’incontro e laboratorio di democrazia. Si decide insieme cosa e come coltivare, ci si scambiano i saperi e si conoscono altre culture. Bambini, studenti, anziani, migranti, persone con disabilità, coltivare la terra diventa lo scopo comune, i gesti con i quali ci prendiamo cura delle nostre piantine sono il linguaggio attraverso il quale tutti possiamo raggiungere l’obiettivo. Se nel 2050 saremo 9,5 miliardi a popolare questo pianeta, la produzione di cibo anche all’interno delle città sarà un tema centrale. In Italia, circa il 50% dei Comuni ha in essere un progetto di orti urbani, controlla se il tuo ne fa parte, armati di verde e comincia a coltivare.